necrologio

Le anime dei nostri fedeli defunti riposino in pace

 


In questo mattino presto del 30 dicembre è tornata alla casa del Padre la nostra Rita, la chiamavamo “la Rita dell’Ettore”. Purtroppo le sue condizioni fisiche erano peggiorate nelle ultime settimane e oggi il suo fisico si è fermato.
Testa Margherita – così il nome di battesimo – era nata a Borgomanero il 17 febbraio del 1939. Si era sposata con Ettore 20 maggio 1961; dal loro matrimonio è nato Davide. Insieme avevano cominciato a frequentare la Casa verso la fine del 1981 e dal 1994 , dopo che il figlio si era sposato, avevano scelto di venire ad abitare a Villa Picco. Con noi ha condiviso buona parte di storia dedicandosi nella semplicità al sevizio della Casa fino a quando la malattia non l’aveva costretta alla dialisi; per quasi 11 anni ha dovuto affrontare questo disagio al quale se ne erano aggiunti altri.
Ora dal Cielo pregherà per noi, ma soprattutto per i suoi cari che l’hanno amata e aiutata fino all’ultimo.
I funerali saranno celebrati domani, 31 dicembre, nella parrocchia di Montrigiasco. Alle ore 14 pregheremo il Santo Rosario, e poi la S. Messa. La salma verrà tumulata nel cimitero di Montrigiasco nella tomba della Comunità.
Ringraziamo tutti coloro che si uniranno a noi nella preghiera e nel ricordo affettuoso.
 

 

 

 

Cannici Liborio è tornato alla casa del Padre.
Il Signore lo ha chiamato a sè nella notte tra il sette e l'otto gennaio all'età di 91 anni. Nostro associato, membro dell'Ordine Francescano Secolare frequentava la casa fin dagli inizi degli anni '80 con la moglie Antonietta - già in Cielo con il primogenito Franco - e il figlio Isidoro. Ultimamente per problemi di salute non veniva più alla nostra Casa. Lo ricordiamo nella preghiera perchè il Signore lo ricompensi con la gioia della sua Casa per tutto il bene che ha saputo vivere e offrire alla nostra esperienza spirituale.
Al figlio Isidoro e ai parenti la nostra vicinanza.

ROSARIO MARTEDì 13 h. 17,30 PRESSO LA CHIESA DI S.MARTINO (NO)

FUNERALI MERCOLEDI' 14 ALLE h. 10,30 PRESSO LA CHIESA DI S. MARTINO (N0)

 


 


P.Alvaro Dalloca
Il nostro confratello Sacerdote
 


È salito alla casa del Padre


Questa mattina 21 giugno 2013 nella nostra casa è spirato P.Alvaro all’età di 61 anni. Era arrivato alla casa di preghiera da Milano e dopo un periodo dal 2007 fino al 2010 in cui secondo i momenti a disposizione veniva ad incontrarci e a stare con noi, dalla metà del 2010 si stabilì definitivamente nella nostra casa ed ebbe l’indulto per tornare ad esercitare il Ministero Sacerdotale. E’ spirato questa mattina dopo qualche settimana in cui le condizioni fisiche erano deteriorate a seguito di un tumore devastante. Ne era affetto da qualche anno e pareva sotto controllo per le terapie e le cure a lui somministrate al San Raffaele di Milano. In pratica, venendo nella nostra casa P.Alvaro ha ritrovato serenità spirituale ed umana, ha potuto riprendere soprattutto a vivere gli ideali a lui tanto cari che sono quelli della vita consacrata e sacerdotale. Si è bene inserito nella comunità cercando di adattarsi ad essa essendo una comunità ben diversa da quelle che lui aveva conosciuto anni fa quando era membro dell’Ordine dei Cappuccini. La salute invece l’abbandonava. La gioia di aver ritrovato i suoi ideali e il modo di viverli, non lo rendeva rattristato davanti invece alll’esperienza della malattia e della sofferenza. L’accettò e la sopportò. Fu capace di coesistere con la sua terribile ed imperdonabile malattia e non si lasciò da essa condizionare. In tutto e per tutto e secondo ciò che poteva fare e vivere nella comunità, non mancò. Anche in queste ultime settimane, nonostante in condizioni davvero estreme e problematiche scendeva dalla sua camera e partecipava ai momenti della comunità. Si faceva anche qualche passo nel giardino per ammirare i confratelli al lavoro e soprattutto per dare i suoi ultimi sguardi al colore degli alberi e dei fiori, al verde dei prati e a respirare la buona aria di primavera. Lui, che sempre di più mancava di respiro e faticava a respirare tanto da dover usare l’ossigeno, inalava con gioia la fresca aria della casa.
Aveva oramai i giorni contati. Ma questo stringersi del tempo e questo ridursi dei giorni di cui ne rimanevano soltanto una manciata non lo rattristarono. Ha vissuto questo ultimo tempo edificandoci. Aveva per noi un amore grande. Riconosceva e sentiva il nostro nell’averlo accolto qualche anno fa e ora assistito. Soprattutto il caro Daniele! Suo infermiere che oramai notte e giorno lo assisteva e a cui altri si alternavano per sollevarlo del faticoso servizio di assistenza. P.Alvaro consciente fino all’ultimo ha apprezzato la vita degli altri fino in fondo. Ed è stato per lui motivo di consolazione e di pace avere per giorni al suo fianco i suoi famigliari. Ora ha inteso fare ingresso nella casa del Padre, casa di preghiera per tutti i popoli. Venendo qui, in questa casa si è preparato a gustare la gioia di dimorare negli atri del Signore. Siamo certi che egli saprà davvero gioire nella nuova sua definitivo ed eterna dimora in cui il Padre per lui ha preparato un posto. Riposa in pace caro P.Alvaro e ricordati sempre di noi a cui sei stato tolto.
 

 

 

GRAZIE GIANCARLA..

La nostra sorella Giancarla (La chiamavamo la Giancarla dell’Abramo)ha concluso la sua vita terrena. Questa mattina, 21 gennaio 2013, prima dell’alba il Signore è passato a prenderla. Lei lo sapeva e lo stava aspettando. Nella speranza.
La malattia si era presentata qualche anno fa e implacabile ha continuato il suo percorso: una via crucis quotidiana fino a questa mattina, quando Giancarla è stata “deposta dalla croce”.

A guardare la via crucis di Gesù possiamo capire che le “vie della croce” degli uomini sono autentiche se il dolore è accolto dandogli un senso, una motivazione. Ma non è ancora sufficiente. Il senso del dolore deve essere uno solo: l’amore! Se questo accade allora abbiamo capito il Vangelo; siamo suoi discepoli; Se questo accade allora il buio della sofferenza si illumina e il calore dell’amore riscalda anche il gelo della morte. La morte non può nulla contro l’irrompere della Vita nella storia di una persona. Ora mi trovo a ripensare a lei, al tempo – quale grande opportunità! – trascorso a Villa Picco nei momenti di preghiera; alla sua squisita compagnia.
Lei e Abramo erano arrivati alla nostra casa nel 1983 membri dell’Associazione Vita nuova, poi il passo più impegnativo nell’Ordine Francescano Secolare della “Santa Montagna”. Aveva professato la Regola il 12 dicembre 1991.
Sulle orme di Francesco la sua vita è stata un dono a Dio e ai fratelli: la sua famiglia, la sua fraternità e il prossimo – qualunque fosse – aiutando prima di tutto con il suo cuore e il suo sorriso, con la sua fede e la sua preghiera.
Con la fede ogni cosa aveva assunto un significato nuovo; ora si trattava di ri-significare anche il dolore, anche la malattia. Mi confidava che offriva la sua preghiera e la sua sofferenza per la sua famiglia, quella di sangue ma anche quella spirituale: “Sai – mi diceva – offro tutto per il loro bene e per la nostra Casa di preghiera”.

Credo che sia stata scritta un'altra pagina epica nella storia della Chiesa: una chiesa che ha le sua fondamenta nella famiglia, “piccola Chiesa domestica” per poi espandersi al di fuori nella Chiesa universale. Questa mattina dopo aver appreso la notizia, pensavo proprio al fatto che la vita di Giancarla ha contribuito a costruire questa chiesa: quella della sua famiglia dove ha celebrato la liturgia della vita.. quella universale dove ha celebrato il suo amore e la sua offerta.
La Chiesa vive del coraggio e dell’amore dei suoi figli più piccoli, che nascostamente – ma non senza l’eroicità dell’amore – offrono ogni giorno ciò che di più prezioso hanno, come la vedova al tempio che getta i suoi due spiccioli nel tesoro: tutto quanto aveva per vivere.
Ma questa offerta che sfugge allo sguardo dei più, è osservato dal Signore che con ammirazione e incanto dice: “Venite benedetti dal Padre mio; ricevete in eredità il Regno promesso”.

A noi resta non solo il ricordo, ma soprattutto la sua testimonianza, il suo esempio. Guardando a tutto ciò mi ritrovo a ringraziare il Signore che opera meraviglie nella vita dei suoi figli.

Chi mai sarebbe capace di rendere il cuore dell’uomo capace di tanto? Chi mai sarebbe capace di svelare all’uomo il significato profondo del vivere e del morire?

Chi mai sarebbe capace di far nascere amore nella sofferenza? Chi mai potrebbe rendere il cuore dell’uomo capace di cogliere la Sua presenza anche nelle più piccole cose?

 

Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infrmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

 

 

 Ricordando Wilma

TESTIMONIANZA

 

Te ne sei andata nel giorno della festa del Battesimo di Gesù. Per me, immediato il ricordo di te, nella stessa ricorrenza, 26 anni prima, al Battesimo dei miei gemelli. Chi più di te poteva sapere quale gioia in quel giorno riempiva il cuore mio e di Aldo e di tutti i nostri cari! Tre mesi prima, poche ore dopo la nascita di Emmanuele e Simone, eri stata tu la prima, fra tutte le sorelle e i fratelli della Comunità, a farmi visita: volevi “ vedere – così dicesti - il regalo di Maria, talmente grosso che una pancia così non s’era vista mai”…! Già, cara Vilma, anzi Vilmona (come da piccoli ti chiamavano i gemelli), eri con me quel gennaio 1986 a Medjugorje… Di quel pellegrinaggio ricordavi sempre il mio “quanto piangere!...” Mentre io ricordavo, e ricordo sempre, il tuo sorriso per me, il tuo abbraccio nel quale scomparivo, le tue parole di speranza e di incitamento alla fede, ad abbandonarmi nelle mani del Signore e a confidare nell’amore materno della Vergine Santa. Ti dico grazie per quei momenti insieme sulla collina del Podbrdo, e per tutti i momenti vissuti in fraternità sulla nostra Santa Montagna; e per quando ci trovavamo in famiglia, magari davanti a un piatto dei tuoi tortelli alla zucca! Ti dico grazie per la tua amicizia, per le risate che i tuoi racconti tante volte ci regalavano, e per il dialetto… che ho dovuto imparare! Grazie per la tua semplicità di donna pratica e generosa, per i tuoi ricordi di quando eri giovane mondina; e ancor più per la testimonianza di umiltà nell’amare e servire il tuo Signore, che ha arricchito e reso migliore la mia vita. Quando nel 1984 varcai per la prima volta il cancello di Villa Picco, tu eri già là, assieme a quelle che per me sarebbero diventate, con te, le persone più care, i fratelli e le sorelle che sono stati, e sono, anche padri e madri nella mia rinascita alla fede, guide sicure nel cammino alla sequela di Cristo sulle orme di Francesco. Molti di loro oggi ti hanno accolto assieme agli Angeli… Salutameli tutti! Ora, sicuramente anche tu saprai tutto il resto che custodisco nel cuore… Intercedi ancora, come quel giorno sul Podbrdo! Arrivederci, sorella amata.

 (Iole)

 

 RICORDO DI P. DAMIANO NOE´


Il giorno 8 gennaio 2004 moriva all’ospedale di Busto Arsizio P. Damiano Noè.
Nato a Castano Primo (MI) il 5 dicembre 1937 era entrato giovanissimo nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e trascorso i primi anni della sua formazione nel convento di Vigevano (Pv). Durante gli studi di teologia maturò la vocazione missionaria ed espresse ai superiori il desiderio di recarsi in Africa, in Congo dove la provincia Cappuccina di Alessandria ha le sue missioni. I superiori non lo permisero e allora si trasferì al convento di Napoli, dove si iscrisse alla Facoltà di Geologia, nell’attesa che i superiori cambiassero idea. Allo studio affiancava il lavoro presso un officina meccanica per imparare ad aggiustare i motori. Era convinto che la Geologia e la meccanica potessero essergli di grande aiuto in terra d’Africa. E così fu! Cambiati i superiori ricevette il permesso di recarsi in missione. Terminò la laurea e partì.
Trascorse 32 anni nelle varie missioni soprattutto le più povere, condividendo la vita della gente. Lavoratore instancabile, di una sensibilità spiccata per le necessità della gente, sia materiali che spirituali si consumò letteralmente per coloro che considerava “la sua gente”.  Riuscì a organizzare il sistema idrico di parecchi villaggi, scavando pozzi, costruendo acquedotti, scuole, dispensari e abitazioni.
Poi c’era l’attività spirituale nel raggiungere i villaggi dispersi, ora attraverso la savana, ora tramite piroga sul fiume Ubanghi. Raggiungeva villaggi che vedevano la presenza del sacerdote raramente e lì occorreva portare il conforto religioso e la vicinanza umana.

Divenne un profondo conoscitore della cultura congolese, ma per il semplice fatto che amava quella terra e la sua gente. Compose persino una grammatica e un vocabolario di “Lingala”, la lingua locale.
Dovette ricominciare più volte a ricostruire ciò che le bande di ribelli ai vari dittatori distruggevano. Molte volte al loro sopraggiungere dovette fuggire nella foresta con i bambini e le suore del villaggio, per salvarsi la vita. Poi, passata la bufera, occorreva rimettersi al lavoro per ricostruire ciò che i soldati avevano distrutto.
La malattia fu uno dei capitoli più dolorosi della sua vita. Aveva contratto varie malattie tropicali, alcune conosciute, altre no e soprattutto con la difficoltà a curarsi.
Negli ultimi anni di Africa le sue condizioni peggioravano. Durante un’incursione dei soldati nel villaggio riuscì a salvare i bambini e le suore fuggendo di nuovo nella foresta. La febbre era alta e rimasero nascosti per più di una settimana. Le sue condizioni peggioravano di giorno in giorno. Quando riuscì a raggiungere l’aeroporto di Kinshasa delirava. Durante il tragitto aereo andò in coma e fu ricoverato ad Anversa, in un centro per malattie tropicali. Riuscirono a salvargli la vita e appena riprese un poco le forze espresse il desiderio di tornare in Africa: sapeva di dover morire e voleva che avvenisse in Africa, tra la sua gente. I superiori non glielo permisero.
Dopo un breve soggiorno nel convento di Novara, espresse il desiderio di essere trasferito nella nostra casa, che amava e frequentava fin dagli anni ’80, quando tornava in licenza dalla missione. Era in quegli anni che lo avevamo conosciuto meglio, quando sostava da noi qualche giorno, oppure passava soltanto per salutare; ma non c’era volta che tornasse dall’Africa e non passasse a trovare P. Giulio e tutti noi; era nata un’amicizia semplice, ma sincera e leale, non solo per il fatto che nel nostro piccolo cercavamo di aiutare la sua missione, ma per una sorta di comunione del cuore che è difficile da spiegare a parole. Quando, dunque i superiori lo trasferirono nella nostra fraternità di Arona, abbiamo accolto un fratello, un amico, un padre. Diceva: <<Mio Dio, vorrei insegnare a tutti l'amore e a soffrire per qualcosa>>

Rimase con noi per tre anni, segnato dalla malattia che progressivamente lo consumava; i dolori si facevano più frequenti e pesanti ma non dava peso a nessuno. Era la sua tempra di missionario africano, forgiato dalla fatica, dalla privazione ma soprattutto dall’amore ad averla vinta. La sua Africa era nei pensieri, nel cuore, e nei racconti che amava fare per lungo tempo: abbiamo imparato a conoscere – pur senza averli mai visti – i suoi luoghi e la sua gente.
Alla fine del 2003 dovette nuovamente ricoverarsi; poi il Signore passò a prenderlo, il mattino presto dell’8 gennaio 2004. Damiano era pronto: da quel giorno rimase con Lui per sempre. “Sango Damì”, come lo chiamavano i neri, ora è sicuramente tornato in Africa ma non si sarà fermato lì.. ora ha una missione molto più grande a cui badare. Ma questa è un’altra storia…